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domenica 14 settembre 2014

Leggende Musicali – Le Dita di Django di Marco Lazzara

Django Reinhardt è stato un chitarrista jazz belga di etnia sinti. Aveva iniziato a esibirsi come banjoista, ma a soli diciotto anni rimase vittima di un tragico incidente. Lui e sua moglie erano molto poveri e vivevano in un carrozzone. Lui suonava e la moglie confezionava fiori finti con la cera, che poi vendeva. Una notte, tornato da uno spettacolo, Django rientrò nel carrozzone e la candela che aveva con sé per fare luce infiammò dei residui di cera. Scoppiò un incendio e Django riportò delle gravissime ustioni. Perse l’uso della gamba destra (rifiutò l’amputazione, per cui dovette combattere con la cancrena, e per il resto della sua vita dovette camminare con l’aiuto di un bastone) e perse anche parte della mano sinistra: anulare e mignolo vennero distrutti dal fuoco. I medici tentarono un’operazione disperata per salvarglieli e gli rimasero saldati assieme dalla cicatrizzazione.
Provate a pensare a quale tragedia sia per un musicista la perdita dell’uso della mano con cui suona. La sua carriera era finita. Uno dei suoi fratelli, Joseph, gli regalò allora una chitarra, meno pesante e ruvida del banjo, e lo incoraggiò a iniziare a suonarla. Già mentre era in ospedale Django ci si dedicò anima e corpo e riuscì a vincere la menomazione. Sviluppò una tecnica unica con indice e medio che suonavano la linea solista, mentre si aiutava col pollice per le parti di basso; con anni di duro esercizio riuscì a portare sulla tastiera anche le dita atrofizzate per aiutarlo a suonare gli accordi.
Django iniziò a esibirsi col nuovo strumento e la sua celebrità cominciò a crescere di giorno in giorno. Una volta, dopo una sua esibizione, il celebre chitarrista Andrés Segovia rimase talmente impressionato da chiedergli dove comprarne lo spartito. Django allora gli rispose candidamente che aveva improvvisato, cosa tipica della musica manouche (jazz con influenze zingaresche).
Il suo stile colpì molto anche il violinista Stephan Grappelli, con cui Django, assieme al fratello Joseph, fondò un quintetto molto apprezzato sia in Europa che in America. Da notare che Django non solo non aveva alcuna conoscenza della teoria musicale e non sapeva leggere lo spartito (un giorno sentì gli altri membri del gruppo discutere di scale musicali e chiese a Grappelli di cosa si trattasse), ma era anche analfabeta, non sapeva né leggere né scrivere.

La menomazione subita da Django portò anche allo sviluppo di una tecnica che oggi è padroneggiata da qualunque vero chitarrista manouche, ovvero “la rullata di scala cromatica”: una scala cromatica (tutte le note in ordine ascendente o discendente) che viene suonata con lo stesso dito, trascinato lungo la tastiera in sincronia con la pennata. Un esempio lo si ha in nell’assolo flamenco di “Innuendo” dei Queen.
Django ha influenzato generazioni di chitarristi. Anche Tony Iommi dei Black Sabbath, seppure in modo diverso. Agli albori della sua carriera, a causa di un grave incidente mentre lavorava in fabbrica, Iommi perse le falangi superiori di medio e anulare della mano destra (mano con cui suonava, essendo mancino). Diverse operazioni per riattaccargliele si rivelarono inutili, per cui Iommi intendeva abbandonare per sempre la musica, finché gli venne regalato un disco di Django Reinhardt. Venuto a conoscenza di come riuscisse a suonare così bene nonostante la menomazione, Iommi trovò il coraggio e la determinazione per ricominciare a suonare. Ricorse all'applicazione di protesi, realizzate da lui stesso fondendo e sagomando la plastica di tappi di flaconi di detersivo. La cosa funzionò, anzi, il materiale usato gli permetteva anche di fare degli slide (tecnica che consiste nello scivolare sulle corde) molto rapidi. Per poter suonare meglio con quelle sue protesi, che lo ostacolavano invece nei bending (tecnica che consiste nel piegare le corde per aumentare di tono la nota), Iommi accordò la chitarra un semitono più basso dell’accordatura tipica, in modo che le corde fossero più morbide. A questa scelta, inizialmente dovuta a necessità, si deve il suono cupo della sua chitarra; in molti pensano che sia stata proprio questa menomazione ad aver casualmente influenzato il suono della sua chitarra in una maniera decisiva per il successo dei Black Sabbath.

Marco Lazzara

Leggo articoli come questi e penso cosa ci sia di più importante nella vita di saper affrontare le avversità con coraggio, mostrando che la sofferenza è solo un lato della nostra esistenza e che la tenacia e la resilienza ci possono far rinascere in modo del tutto nuovo, incredibile e impensabile. 
Grazie Marco, queste cose andrebbero insegnate a scuola, ai bambini e ai ragazzi: perché imparare a vivere è la cosa fondamentale.
Ximi  
Se vuoi leggere altri racconti di Marco clicca qui su Leggende Musicali. Scopri anche la nuova rubrica del Piccolo Chimico per incuriosire i bambini e abbinare la scienza agli esperimenti.

4 commenti:

Vivy ha detto...

Ciao!!! Incredibile questa storia... molto incoraggiante e fa vedere quanto da un male possa nascere un bene... grazie per averla condivisa!
Un carissimo saluto :D

Elisa Elena Carollo ha detto...

Questo è un po' lo stesso discorso che ho fatto quando ho parlato di Maysoon Zayid sul mio blog: sono persone straordinarie, ma questo dovrebbe spronarci a cercare di essere un po' straordinari a nostra volta.

Marco Lazzara ha detto...

@Vivy: una storia che ha insegnato tanto a musicisti e non, e l'influenza di Django sulla chitarra solista è stata enorme.

@Elisa: straordinario è chi non si arrende alle difficoltà e mostra che, come dice un antico proverbio giapponese, "la forza di volontà anche le rocce".

Grazie a entrambe per il salvataggio natalizio di questo post! :)

Marco Lazzara ha detto...

Come dice un antico proverbio giapponese: "la forza di volontà attraversa anche le rocce".

Grazie a entrambe per aver salvato questo post.

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